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19 novembre 2009 4 19 /11 /novembre /2009 08:36


Dovrebbe essere sempre cosi, il vino deve essere fatto con l’uva. La realtà ci insegna che non sempre è così, l’aggiunta di zuccheri, tannini, metanolo ecc.. fanno si che sul mercato, in maniera fraudolenta, ci siano vini contraffatti.

Voglio, però, parlarvi di altri prodotti che un tempo si ricavavano solo dall’uva come:

L'acquaticcio

I contadini, quando raccoglievano poco vino, lo conservavano per le occasioni importanti come: le festività, la fienagione, la mietitura o la trebbiatura, lavori che richiedevano l'intervento di manodopera esterna alla famiglia contadina.
Per l'uso quotidiano, si utilizzava, invece, l'acquaticcio.
Per la preparazione si prendevano le vinacce che, dopo una prima spremitura non troppo spinta, si rimettevano nella tinozza con dell'acqua; a volte, per aumentarne il contenuto alcolico, si aggiungevano anche dei corbezzoli ben maturi.
Si lasciavano fermentare le vinacce così ottenute per alcuni giorni; quindi si svinava e si torchiavano di nuovo.
Si otteneva in tal modo una bevanda idroalcolica leggermente frizzante, con il colore del vino e un contenuto di alcool intorno ai 3 o 4 gradi. Questo prodotto, povero, poteva essere bevuto durante i messi freddi e mai oltre aprile, maggio perché diventava imbevibile e anche pericoloso per la salute.


L’erba del vì

In molte famiglie, era usanza aggiungere in solo tino dove bolliva il mosto “l’erba del vì ” un erba particolare che veniva raccolta a settembre, fatta essiccare in un sacco di tela. Questa erba veniva messa a macerare nel mosto per alcuni giorni, questa operazione faceva si che il vino prendesse un buon sapore di fragola/moscato che era il vanto della famiglia.


Il concentrato.

Una certa parte del mosto veniva fatto bollire “nel caldaro”, questo, serviva successivamente per far aumentare la gradazione alcolica del vino nel caso che questa fosse troppo bassa. Oggi si ovvia a questa fase con l’aggiunta di zuccheri. Si da per certo che, una volta,  un signore cieco venne portato a prelevare del vino in una cantina. Mentre il vino veniva travasata dalla botte alla damigiana, chiese al suo accompagnatore: “la fa la buffa?” (schiuma) e l’accompagnatore disse di si. Poco dopo, finito il travaso, disse nuovamente: “ E’ ‘ndada via la buffa” L’accompagnatore disse di no. Il signore allora disse all’accompagnatore “’ndamu via c’enne troppu zucchero” Sperimentatelo da soli e vedrete che è vero.


Il vì de visciola

Per fare questo vino particolare che ancora alcuni appassionati fanno, occorrono le visciole che vengono raccolte a maggio, giugno quando sono belle mature. I contadini mettevano le visciole in una damigiana a fermentare (qualcuno ci metteva anche gli ossi dopo averli macinati) con una certa quantità di zucchero. Finita la fermentazione che durava tre o quattro mesi, veniva aggiunto un buon vino rosso che veniva imbottigliato. Si otteneva e si ottiene, un prodotto gradevole dal sapore fruttato di fragola e di alta gradazione.



La grappa.

Sulla grappa fatta nei tempi andati non mi dilungo più di tanto. Era proibito farla ma in molte colonie, veniva fatta regolarmente con il beneplacito delle autorità preposte al controllo che spesso chiudevano un occhio, anzi due a patto di averne “un presente”







La sapa

La sapa si ottiene facendo bollire il mosto per molto tempo facendolo ridurre di circa un decimo del suo valore iniziale. Si ottiene un proddotto molto denso e dolcissimo che si usava per fare dolci e per la polenta. Una volta fatta la polenta e stesa sulla spianatora, a questo punto veniva fatta “la cunchetta” che altro non era che una buchetta sulla polenta dove dentro veniva messa la sapa. Ognuno dei commensali , con la forchetta, tagliava un fettina di polenta e “la ‘nsapava in te la cunchetta” E’ una cosa squisita e dal gusto particolare, specialmente quando, nelle famiglie più ricche, ci si poteva permettere di aggiungere, alla polenta, del  formaggio parmigiano grattugiato.



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Published by Franco Focante - in informazioni culturali