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20 marzo 2015 5 20 /03 /marzo /2015 10:43
" O " come Osimo

Sono stato sollecitato da diverse persone di pubblicare qualcosa di osimano, di quello antico, di quello che sta scomparendo a causa di molteplici situazioni “contrarie all'identità osimana” Lungi da me di insegnare o di voler imporre qualcosa a chicchesia. Ho accettato solo per spirito di “conoscenza” e di “appartenenza”. Osimo versopiazza è anche questo. E poi qualcuno “storce 'l muso”, badasse a camminà..." la strada enne del cumune chi ce caga e chi ce fa lume!".. se dicea da bardasci...

Donca, cumenzamu e cumenzamu bè, cusa se nun altru che lu stemma de la città scritta dall'ing Benedetto barbalarga?

LO STEMMA D'OSIMO

(El fiu de Pietru)

”Na mura e cinque torri

'na porta e due liò,

saldi de drentu e fori,

a l'erta, a l'erta sto.

Per le piane laggiò l'imperatore

se ferma cu l'esercítu invasore,

se ferma e guarda su ste vecchie mure

ma sa che ci ha le pietre troppu dure

ce pensa e po' senz'altru se ne va.

Sta al postu i due liò,

è salva da la strage la città:

a l'erta, a l'erta sto.

Tra le città picene le mijori

so' cinque cume cinque so' le torri,

se conclude 'na lega Osimu è prima

sarà la torre che alza più la cima

se fa 'na lega per la libertà.

Dai merlí e dai sperò

la potenza de Roma vejerà:

a 1'erta, a l'erta sto.

Cuscì 'na volta quannu che l'idea

cu la spada difenne se dovea.

M'adè ch'el monnu urmai ns'è ncivilitu,

addiu torri e líò tuttu è finitu.

Resta l'emblema solu a dimustrà

che la grannezza rinnovà se pò

oggi cu 1'opre bone e cu l'ingegno

torri c liò de legno

a l'erta, a l'erta sto.

Osimo, 2 maggio 1929

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Published by franco focante - in informazioni culturali
16 marzo 2011 3 16 /03 /marzo /2011 19:17

19 marzo San Giuseppe lavoratore.

 

           Il nome Giuseppe in ebraico significa “ Dio aggiunga” sottinteso, “altri figli”. La vita di san Giuseppe si svolge in Palestina nel primo secolo, fu scelto da Dio come padre adottivo di Gesù. Le poche notizie che si anno sulla sua vita, sono riportate dagli evangelisti Matteo e Luca. 

          Giuseppe era un uomo giusto, discendente della stirpe di re David, era un falegname che viveva a Nazaret, era il promesso sposo di Maria, quando seppe che la sua donna era in cinta, decise di non ripudiarla dopo che un angelo gli apparve in sogno, altrettanto l’angelo lo esortò a fuggire in Egitto durante la persecuzione di erode, così si salvò suo figlio Gesù.

         La figura di Giuseppe come uomo maturo, spesso anziano, molto più vecchio di Maria, è dettata dalla necessità di mettere in risalto la paternità divina di Gesù. Viene invocato a protezione degli artigiani, dei carpentieri, ebanisti, operai, falegnami, padri di famiglia e dei procuratori legali.

        Con devozione particolare e viene invocato per la buona morte, dai senzatetto e dagli esiliati. La diffusione del culto ha origine in oriente e si diffuse anche in occidente nel IX secolo, ma entrò nella liturgia solo nel XV secolo. Nel 1870 fu proclamato patrono della Chiusa universale. Oltre che nel giorno del 19 marzo è festeggiato anche nel giorno del 1° maggio.guido_reni_002_san_giuseppe_col_bambino_1635-1-.jpg

 

 

 

 

Guido Reni

( Bologna1575-1642)

 

San Giuseppe con bambino

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Published by Franco Focante - in informazioni culturali
19 novembre 2009 4 19 /11 /novembre /2009 08:36


Dovrebbe essere sempre cosi, il vino deve essere fatto con l’uva. La realtà ci insegna che non sempre è così, l’aggiunta di zuccheri, tannini, metanolo ecc.. fanno si che sul mercato, in maniera fraudolenta, ci siano vini contraffatti.

Voglio, però, parlarvi di altri prodotti che un tempo si ricavavano solo dall’uva come:

L'acquaticcio

I contadini, quando raccoglievano poco vino, lo conservavano per le occasioni importanti come: le festività, la fienagione, la mietitura o la trebbiatura, lavori che richiedevano l'intervento di manodopera esterna alla famiglia contadina.
Per l'uso quotidiano, si utilizzava, invece, l'acquaticcio.
Per la preparazione si prendevano le vinacce che, dopo una prima spremitura non troppo spinta, si rimettevano nella tinozza con dell'acqua; a volte, per aumentarne il contenuto alcolico, si aggiungevano anche dei corbezzoli ben maturi.
Si lasciavano fermentare le vinacce così ottenute per alcuni giorni; quindi si svinava e si torchiavano di nuovo.
Si otteneva in tal modo una bevanda idroalcolica leggermente frizzante, con il colore del vino e un contenuto di alcool intorno ai 3 o 4 gradi. Questo prodotto, povero, poteva essere bevuto durante i messi freddi e mai oltre aprile, maggio perché diventava imbevibile e anche pericoloso per la salute.


L’erba del vì

In molte famiglie, era usanza aggiungere in solo tino dove bolliva il mosto “l’erba del vì ” un erba particolare che veniva raccolta a settembre, fatta essiccare in un sacco di tela. Questa erba veniva messa a macerare nel mosto per alcuni giorni, questa operazione faceva si che il vino prendesse un buon sapore di fragola/moscato che era il vanto della famiglia.


Il concentrato.

Una certa parte del mosto veniva fatto bollire “nel caldaro”, questo, serviva successivamente per far aumentare la gradazione alcolica del vino nel caso che questa fosse troppo bassa. Oggi si ovvia a questa fase con l’aggiunta di zuccheri. Si da per certo che, una volta,  un signore cieco venne portato a prelevare del vino in una cantina. Mentre il vino veniva travasata dalla botte alla damigiana, chiese al suo accompagnatore: “la fa la buffa?” (schiuma) e l’accompagnatore disse di si. Poco dopo, finito il travaso, disse nuovamente: “ E’ ‘ndada via la buffa” L’accompagnatore disse di no. Il signore allora disse all’accompagnatore “’ndamu via c’enne troppu zucchero” Sperimentatelo da soli e vedrete che è vero.


Il vì de visciola

Per fare questo vino particolare che ancora alcuni appassionati fanno, occorrono le visciole che vengono raccolte a maggio, giugno quando sono belle mature. I contadini mettevano le visciole in una damigiana a fermentare (qualcuno ci metteva anche gli ossi dopo averli macinati) con una certa quantità di zucchero. Finita la fermentazione che durava tre o quattro mesi, veniva aggiunto un buon vino rosso che veniva imbottigliato. Si otteneva e si ottiene, un prodotto gradevole dal sapore fruttato di fragola e di alta gradazione.



La grappa.

Sulla grappa fatta nei tempi andati non mi dilungo più di tanto. Era proibito farla ma in molte colonie, veniva fatta regolarmente con il beneplacito delle autorità preposte al controllo che spesso chiudevano un occhio, anzi due a patto di averne “un presente”







La sapa

La sapa si ottiene facendo bollire il mosto per molto tempo facendolo ridurre di circa un decimo del suo valore iniziale. Si ottiene un proddotto molto denso e dolcissimo che si usava per fare dolci e per la polenta. Una volta fatta la polenta e stesa sulla spianatora, a questo punto veniva fatta “la cunchetta” che altro non era che una buchetta sulla polenta dove dentro veniva messa la sapa. Ognuno dei commensali , con la forchetta, tagliava un fettina di polenta e “la ‘nsapava in te la cunchetta” E’ una cosa squisita e dal gusto particolare, specialmente quando, nelle famiglie più ricche, ci si poteva permettere di aggiungere, alla polenta, del  formaggio parmigiano grattugiato.



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Published by Franco Focante - in informazioni culturali
31 ottobre 2009 6 31 /10 /ottobre /2009 11:41

Ricorrenze per l'estate di San Martino in Italia.


                          
            Simone Martini - San Martino e il povero 1317 ca.Basilica inf Assisi

L' Estate di San Martino o festa di San Martino è il nome con il quale viene indicato un preciso periodo autunnale durante il quale a seguito delle prime gelate, si verificano solitamente condizioni climatiche di tempo bello e relativo tepore.

All'interno dell'emisfero australe il fenomeno si può osservare solitamente in tardo aprile o inizio maggio. Mentre nell'emisfero boreale questo periodo coincide nei giorni che vanno dall' 8 all0 11 novembre. In alcuni paesi anglosassoni viene anche chiamata Indian summer.
San Martino viene festeggiato il giorno 11 novembre. Nel corso dell'estate di San Martino che dura generalmente 3 o 4 giorni venivano rinnovati i contratti agricoli annuali; da questo deriva il detto fare San Martino, ovvero traslocare.

Tradizionalmente in questi giorni vengono aperte le botti per il primo assaggio del vino novello, che di solito viene abbinato alle prime castagne (da qui il motto "a San Martino ogni mosto diventa vino!"). Questa tradizione viene celebrata anche in una celebre poesia di Giosuè Carducci intitolata appunto San Martino.

 

“ la nebbia agli irti colli                                                   

  piovigginando sale,

  e sotto il maestrale                

  urla e biancheggiali mar;

 

 ma per le vie del borgo

 dal ribollir de’ tini

 va l’aspro odor de i vini

 l’anime a rallegrar.

 

 Gira su’ ceppi accesi

 Lo spiedo scoppiettando:

 sta il cacciator fischiando

 su l’uscio a rimirar

 

 tra le rossastre nubi

 stormi d’uccelli neri,

 com’esuli pensieri,

 nel vespro migrar “

 

Credo che questo semplice, ma descrittiva e bellissima, tutti l’abbiamo studiata. Spero vi faccia piacere rivederla scritta come un tempo.

 

 

                                    Martino di Tours

 

                                            

 

Martino di Tours nasce a Candes tra il 316 /317  ed è stato uno dei primi martiri della cristianità. Alcuni studiosi attribuiscono la nascita del santo a Pannonhalsma in Pannonia , l’attuale Ungheria. Il padre si Martino era un ufficiale di rilievo dell’esercito romano, Martino seguì il padre in Gallia (Francia) dove si convertì al cristianesimo giovanissimo. Una volta congedatosi dall ‘esercito, si fece monaco e divenne figura determinante della regione di Poitiers. Morì a Tours l’8  novembre, vienefesteggiato l’11 novembre giorno dei suoi funerali.

Quando Martino era ancor militare, con i suoi soldati, si trovava alle porte della città di Amiens quando incontrò un mendicante seminudo. Martino, mosso a compassione tagliò in due il suo mantello e lo diede al Mendicante. La notte stessa ebbe in sogno Gesù che, avvicinandosi a lui, gli restituiva il suo mantello dicendo agli angeli che lo accompagnavano : “ Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito” Svegliandosi, Martino, vide che il suo mantello era tornato  integro. Il mantello venne conservato come reliquia e fa parte della collezione dei re Merovingi dei Franchi.

 

“San Martino, tre giorni e un pochino”           
 






                   

  San Martino (el grego) 

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